Sempre persone ( e il Nulla a Berlino )

Avere un fotografo come padre è già un buon motivo per considerare legittima la propria timidezza a fotografare; se poi il fotografo nonchè padre in questione è stato talento dell’immagine, maestro della luce, genio della composizione, allora la timidezza si consolida in rifiuto totale a eseguire scatti che non siano il ritratto del gatto di famiglia o degli amici in spiaggia. In realtà poi lo stesso padre di cui si teme il confronto, quando è presente sta spiando: controlla a quanto si apre il diaframma e quale tempo di posa viene abbinato – e non ci si può nascondere, lui lo capisce da come si tocca l’obiettivo, anche solo per un momento, e subito dopo da come si controlla il corpo macchina. E si viene sorpresi nell’incertezza, sempre, perché lui sta guardando, sta spiando, e si sa.

Però lui non dice niente. Panico.

[Ndr: le fotocamere che ho avuto erano rigorosamente manuali, come la mitica Nikon F2; e quando anche sono state automatiche, ero naturalmente invitata a usarle in modalità manuale. Digitale? Che cos’è?]

E poi quando meno lo si aspetta, il padre fotografo spiega. In un momento qualsiasi, mentre sta bevendo il caffè, dopo anni luce da quando ha spiato le mosse preparatorie a quegli scatti, tanto che non ci si ricorda nemmeno più di quale situazione si trattava. Nella ricerca mnemonica spasmodica per appaiare il consiglio a una realtà in modo che torni utile, si capisce all’improvviso che non è importante; che se lui ha deciso di spiegare, non sul momento, ma dopo qualche tempo, significa che non si stava facendo troppo male, che non si stava sbagliando del tutto. Perché ci si ricorda di quella volta in cui rideva, beffardo, guardando uno sconosciuto fotografare senza nessuna logica tecnica e immediatamente sentenziare che lo scatto non sarebbe venuto affatto o che sarebbe venuto male.

Si smette dunque di cercare di ricordare e invece si cerca di memorizzare, per poter ricordare dopo, la prossima volta, quando servirà. Però lui non dice a quanto si doveva aprire il diaframma o che tempo di posa impostare; lui dice cose che non serviranno una sola volta, la prossima, ma per sempre.

Dice che nelle fotografie l’orizzonte deve essere diritto – e da quel momento in poi, ogni volta che l’occhio si calerà nell’intimità buia della fotocamera, ci si ricorderà di controllare che lo sia; dice che il controsole può essere risolto con un colpo di flash – e quindi ci si premura di controllare che il flash funzioni e si smette di dire al soggetto della foto “sei controsole, spostati, mettiti là”. Dice che se si è troppo lontani il flash non serve a niente – e si ride insieme ogni volta che si vedono panoramiche di stadi in cui nel buio fioccano dagli spalti colpetti di flash, inutili.

Dice anche che in una fotografia quello che importa è riprendere una persona, un volto, un individuo. Gente, persone, sguardi, non oggetti, monumenti, panorami. O comunque oggetti, monumenti, panorami con persone. Sono le persone che danno il senso del tempo, della situazione, del momento; il Duomo di Milano è lì dal 1400, le persone cambiano modo di vestire, di acconciarsi, di essere.

gbc_44682_ESBrighton, 1951

L’Esercito della Salvezza. Ne abbiamo sentito parlare e ne abbiamo visto i componenti nei film in bianco e nero degli anni ‘50. L’abbiamo anche considerato un po’ bizzarro, una sorta di usanza inglese più vicina a Dickens che a Churchill.

Inghilterra dunque; una piscina inglese, Brighton per l’esattezza, britannici in costume in un giorno di prima estate. E lei, la salutista (nel senso di soldato della Salvezza ) abito nero d’ordinanza, cassettina per le offerte e occhiali scuri come unica necessaria concessione all’ambiente. Chi direbbe che la foto sarebbe stata la stessa senza di lei?

Funziona quindi, funziona davvero. Una persona immortalata in un quadro spazio-temporale che evoca come e meglio di un film una storia qualsiasi, nel senso specifico che, su una sola immagine, uno scatto pensato ma improvviso, ognuno potrebbe costruire un racconto di cui immaginare un inizio, un corpo e un finale a proprio piacimento. Potente.

Raramente funziona anche il contrario. Quando a fotografare è il padre-maestro-genio, certo, quando l’intenzione deriva dallo stupore, quando il fotografo che segue la regola istintiva viene spiazzato da qualcosa che sottolinea l’assenza come mancanza di presenza, il che alla fine se vogliamo è lo stesso.

Berlino Est, 1957

 

Perché a Berlino, nel 1957, forse non c’era bisogno di mostrare i berlinesi per spiegare quello che era successo e che succedeva. Anzi, c’era bisogno anche di mostrare il Nulla che c’era.

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