Macerie

Sono nata molti anni dopo la fine della guerra. Per questo ho impiegato un po’ di tempo a riconoscere il fondale di questa immagine, quinte di pietra e marmo dalle cui finestre vuote si intravvede il cielo di Milano – e che fosse Milano l’ho saputo se non altro per la scritta sulla busta dei negativi.

(Giancolombo me l’aveva detto, in realtà, mostrandomi il servizio; lui che dalla guerra ci era passato e non so dire se il suo fosse stupore residuo, o addirittura la nostalgia di quell’epoca di nuova pace).

Servizio di moda sulle macerie. Milano, 1948Servizio di moda sulle macerie. Milano, 1948

Le tracce della distruzione e la quiete che viene dopo che la polvere di un’esplosione si è depositata lentamente non mi sono familiari. La mia generazione le ha viste nei film, ne ha sentito raccontare nei libri e dalla voce dei genitori; per questo non ho riconosciuto subito Piazza della Scala nell’immagine, Palazzo Marino sulla destra e la facciata pericolante del palazzo dove ora c’è una banca. Orbite vuote in un volto stanco, così come denti caduti sembrano le grosse pietre a terra a formare la base della fotografia.

In piedi sulla massa di macerie una modella che posa per mostrare il tailleur della casa di moda che ha commissionato il servizio. E’ in equilibrio perfetto, morbida, l’aria trasognata e indifferente che hanno le modelle mentre indossano, lo sguardo posato all’orizzonte; come se si trovasse sul pontile in una baia, sull’orlo di un belvedere in montagna, sulla riva di un lago placido.

Una ragazza, proprio, non una donna; fresca, giovane, i capelli corti e il viso senza trucco, per niente ricercata, né sirena né walkiria, né vamp né snob. Così differente da tutte le ragazze che hanno posato nei decenni successivi, quando la moda è diventata un cespite importante nell’economia milanese.

Il servizio è commissionato. Giancolombo non era un fotografo di moda, come non era un fotografo di gossip o uno sperimentatore stilistico. Era un fotografo, quindi un po’ di tutto questo, però a differenza di chi lo fa per amore (un modo di dire come un altro, perché non traspaia quel filo di disdegno che Giancolombo aveva per i fotografi della domenica), lo faceva per lavoro. L’archivio è pieno di servizi che non hanno a che fare con il fotogiornalismo puro – miliziani morenti & orfanelli africani – ma con il pane quotidiano.

Il servizio, dicevo, è ordinato da una casa di moda, con l’ottimismo di cui sopra che agli italiani non ha mai difettato. Non è il lancio del New Look di Dior; non è l’alta moda di Roma. L’intenzione non è creare un mondo di sogno fatto di ombre e fumo, di sguardi e ammiccamenti. La fotografia serve a mostrare il vestito. Punto.

Ma il fotogiornalismo ci mette lo zampino: non è più il vestito che racconta l’epoca, ma quelle macerie tutt’intorno, che funzionano più di un calendario appeso. Precorritrice della foto di moda, tra la Street-fashion e il reportage, questa immagine è qualcosa che se fosse fatta oggi sarebbe avanguardia.

 

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