Infanzia Collaterale

Quando un’immagine mostra dei bambini, ciò che distrae è la loro peculiarità, cioè tutta l’esteriorità del loro essere che indica, così come nei cuccioli di animali, inermità e tenerezza. Distrae da molti altri dettagli presenti nell’immagine, che come ho già scritto, dovrebbero concorrere a rappresentare il tutto con uno specifico assetto. Invece si guardano i bambini e si pensa: “che carini”. (Non voglio nemmeno considerare quali altri pensieri si possano fare, in specifico quelli che andrebbero trattati con chimica brutalità).

Giancolombo amava i bambini e diceva che erano facili da fotografare. Dipendeva forse dal fatto che difficilmente li metteva in posa, preferiva cogliere i loro tratti mentre non se ne accorgevano, così da risultare più naturali. Dipendeva forse dal fatto che essi rientravano in un progetto fotogiornalistico più ampio: i bambini fanno parte della vita, così come i vigili, i suonatori della banda e i lustrascarpe.

(Non scrivo cose a caso; i predetti esempi sono circostanziati da una reiterazione caratteristica del corpo di lavoro di Giancolombo).

Così quando nelle immagini dell’Archivio mi imbatto nei bambini, il mio occhio allenato va oltre. In una immagine come questa, del 1950, il primo impatto è la simpatia per i monelli: lo sguardo si fissa sulle loro ginocchia, che sono allineate sull’asse orizzontale della foto, sbucciate e lerce, come devono essere le ginocchia dei ragazzini che si divertono.

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Poi ci si sofferma sulla gamma delle loro espressioni, dalla preoccupazione del bambino che viene vaccinato al cauto interesse di quello accanto, per passare all’ilarità nervosa del terzo, il più piccolo, e infine alla seria noncuranza dell’ultimo, che probabilmente è il più grande. Allargare lo sguardo a comprendere tutta la scena ci indica la dottoressa che propina le vaccinazioni antivaiolose e la stanza dove vengono effettuate. E allora ecco che ancora una volta dal particolare si passa a comprendere un momento generale e a raccontare una metodologia di pratiche sanitarie dell’epoca. I bambini sono collaterali, anche se protagonisti.

In quest’altra immagine, nonostante la prima reazione sia un sorriso per i tre fratellini saltimbanchi in una Milano del 1947, in questo scatto di sequenza in posa orgogliosa perché si sono accorti del fotografo, ma devono continuare la loro impresa perché magari il pubblico sarà generoso e lascerà qualche lira.

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Anche qui, il bimbo più piccolo è tenerissimo, con quel basco calcato sulla fronte, spaccone di una spacconeria ingenua, in bilico in cima ai fratelli: ma non è una foto sull’infanzia, sull’essere bambini o sulle loro abitudini. E’ una foto su Milano, su ciò che poteva accadere per la strada in un mondo che era diverso da quello di oggi.

Poteva accadere nei molti viaggi nei paesi più diversi. Giancolombo non era in giro a caccia di bambini – magari li notava più degli altri, ma non erano il focus del suo lavoro. Erano una delle espressioni della vita quotidiana, ovunque.

Dublino, 1951

Dublino, 1951

 

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Il pubblico delle marionette al parco. Londra, 1951

 

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Bois de Boulogne. Parigi, 1953

 

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Algesiras, Spagna, 1952

Nulla di specioso, quindi, nulla che sfrutti la facilità con cui si fotografano i bambini per uno scopo conveniente. Il respiro nelle immagini di Giancolombo è sempre più ampio, la destinazione più lontana e più in alto di quello che potrebbe essere.

Il che non significa che lo sguardo non colga nelle immagini, estratte dai servizi, un mondo infantile nelle sue caratteristiche meno sdolcinate. Un ritratto dei bambini veri.

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