Analisi di Una Foto – Albergo dei Poveri

Quando Giancolombo arrivò a Milano da Venezia, nel settembre del 1946, se ne veniva da un periodo che nessuno di noi vorrebbe mai aver passato. Non era l’unico.

La guerra non finisce il giorno stesso in cui viene dichiarata finita. Da quel momento, come dopo un terremoto, tutto si deve assestare, lentamente: le abitudini del vivere quotidiano devono ritornare a essere, se non proprio quelle di prima del conflitto, quelle che meglio sono sostenute dal sollievo e dalla speranza.

Giancolombo venne a Milano per fare il fotografo. Non c’era altra meta, non c’era altra speranza. Le abitudini che lasciava dietro le spalle non erano cambiate, nella fortuna di appartenere a un ceto benestante, ma era cambiato lui, per quello che aveva visto in Albania, in Germania e in Italia.

Fece il fotografo: fu assunto al Corriere Lombardo, che era un foglio quotidiano milanese, tra i primi nati dopo la caduta del fascismo e l’inevitabile riordino. Fece il fotografo della strada, della piccola cronaca nera e bianca, in mano una Speed Graphic e al collo una Leica (buffa a pensarci, la scelta obbligata bipartisan dei fotografi del dopoguerra, una fotocamera americana e una tedesca).

Tra le molte immagini in giro per Milano, scattò questa:

L’ho trovata in mezzo a una sequenza di ritratti, tutti con lo stesso sfondo, in una pellicola arrotolata in un piccolo cilindro di cartone spesso; sul coperchio una scritta a penna: “Albergo dei Poveri, 1947”.

Immagino, dato che non ho vissuto in quegli anni, che l’Albergo dei Poveri fosse un dormitorio, una sorta di ostello di ricovero di chi non aveva nulla – oggi lo chiameremmo probabilmente centro di accoglienza. Queste immagini rappresentano gli ospiti di questo dormitorio. C’è di tutto, uomini e donne, soldati, ragazzi.

Questa immagine, in particolare tra le altre, colpisce come un pugno. Il volto dell’uomo al centro è una maschera immota di inquietudine; uno sguardo fermo, fisso su chi guarda la foto, tale da rendere difficoltoso sia sostenerlo sia distogliere gli occhi. Attira e disturba con una potenza involontaria.

E’ anche il volto più illuminato dalla luce. Gli uomini accanto, più in ombra, sembrano corollari alla severità del protagonista. Cercando di staccarsi da quel volto, per passare a guardare gli altri, ci si accorge, mentre il nostro malessere si innalza, che gli uomini al suo fianco hanno espressioni ferme in una serietà altrettanto composta ma meno tormentata.

Volti2b

 E ancora, allontanandosi verso le estremità dell’immagine, il soldato a destra e l’uomo con il cappotto a sinistra, e i volti in secondo piano, stanno debolmente sorridendo.

Volti3b

Un ventaglio di espressioni, come in una sequenza inclusa nella stessa immagine, che ci mostra il dolore esplodere dal volto centrale in modo centrifugo, per arrivare ai sorrisi di chi sta all’esterno.

E’ una foto difficile; contiene tutto l’animo umano e le differenti reazioni che l’età, le difficoltà e il carattere lasciano emergere in ciascun componente di  un gruppo, omogeneo solo per esperienza e situazione. Contiene la disperazione e l’illusione, che non sono uguali per tutti; contiene una storia e molte storie.

E’ una foto difficile, ma è universale.

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