Baciami Stupido

Ovvero come inventare una storia da una fotografia (e non viceversa).

“Ogni giorno. Venivi ogni giorno alla pasticceria. Conta, per conoscersi? Solo cinque minuti, va bene; ma ogni giorno?

Vale la tua immagine soltanto, spiata e scrutata tra un battito e l’altro dei tasti della cassa e di quelli del cuore, per dire che mi eri ormai familiare?

E così non si può dire che io abbia accettato un appuntamento da uno sconosciuto, quel sabato in cui sei comparso alla cassa come se niente fosse – ed era un giorno in cui non ti facevi mai vedere.

Hai pagato una china e mi hai detto che era arrivata la fiera a Porta Genova, con la pista per le macchinette, quelle che si scontrano. Ho sempre pensato che fosse roba un po’ da uomini;

Milano

Roba da uomini?

e tu devi aver capito dalla mia espressione che non ero appassionata di quegli svaghi perché hai sorriso e mi hai parlato dello zucchero filato e mi hai chiesto perché lo facessero solo alle fiere, e non nelle pasticcerie.

Mi hai fatto ridere e mi hai fatto anche pensare; e così quando mi hai detto che non l’avremmo mai saputo, sono stata io a chiederti di andare alla fiera per scoprirlo direttamente dall’omino, con una spavalderia che non mi sarei mai aspettata di avere.

E così sono caduta nella trappola, l’ho capito da come hai sorriso. Ti sei allontanato retrocedendo piano, senza smettere di guardarmi e di sorridere, la sigaretta accesa dimenticata tra le dita.

– A domani allora, signorina! – hai detto, quasi sulla porta a vetri. – Vengo a prenderla alle tre.

Chissà perché poi ho detto trappola, avrei dovuto dire labirinto; il labirinto dei sentimenti in cui ci si aggira senza saper dove ne sia l’uscita. Il labirinto in cui sono entrata spontaneamente quella domenica pomeriggio, con te. L’omino dello zucchero filato non c’era, e ti sei ricordato che non avevo piacere a salire sull’autoscontro. Te ne sei ricordato, ma non era stato difficile, perché ancora ne avevamo parlato sul tram e io ti avevo detto di quanto mi facesse paura la velocità.

Milano

L’ebbrezza della velocità

E fu allora che mi guardasti con occhi diversi, io credo. C’era tenerezza, all’improvviso, dove prima c’era stata solo l’ombra seria dell’insicurezza. Poi scoppiasti a ridere, come un ragazzino, e io notai le fossette sulle tue guance rasate di fresco.

E così, quando arrivammo a Porta Genova, seppi che rinunciavi alle corse delle macchinette sulle assi per me. Seppi che mi tenevi sottobraccio perché ti faceva piacere e non per guidarmi tra le bancarelle e i piccoli chioschi colorati. Seppi così che eri un brav’uomo.

In cambio, sapevo anche, dovevo assecondarti un pochino. Mi viene da ridere ora, a dirlo come se fosse un sacrificio; ma non volevo che tu pensassi di averla avuta già vinta. Quando mi tirasti nel labirinto di legno tenendomi per la mano, baldanzoso, forse speravo di dovermi difendere, di dover rispondere al tuo assalto con il volto indignato. Ma i tuoi occhi ancora una volta mi guardarono, nell’angolo della parete di legno, quando già si intravvedeva l’uscita.

Baciami, pensai allora, all’aria tutti i miei ritegni. E tu mi baciasti.”

Milano

Il labirinto alla fiera di Porta Genova, Milano, 1950

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