Cantami O Diva

Molto tempo fa, quando mi capitò di organizzare la prima esposizione di immagini di Giancolombo, mi ritrovai al passaggio inevitabile di scrivere le didascalie. Davanti allo schermo del computer mi bloccai con la crisi del foglio bianco. Del cartellino bianco. Di quella cosa, insomma, che si appende al di sotto dell’opera e che invita il visitatore della mostra a chinarsi in posizione tanto più scomoda, a seconda della corporatura o della mancanza di diottrie.

gbc_80472_302

Museo del Louvre, Parigi, 1955

Erano ottantadue immagini, scelte con passione. E ora bisognava dar loro una sorta di nome, oltre che doverosamente un luogo e una data. Giancolombo mi guardava fisso, carezzandosi il sopracciglio destro come faceva sempre quando non voleva esprimere quello che pensava.

E io sapevo quello che pensava: non era necessario dare un nome alle immagini. Non bisognava. Si poteva, certo e credo che la cosa lo intrigasse il giusto. Ma non era obbligatorio. L’astratto in arte si regola con un bel “senza titolo” – che per me ha sempre suonato come “non ho tempo da perdere, sono un pittore, mica un giornalista”; oppure Concetto Spaziale, come faceva Lucio Fontana con le sue tele. Si sa però che l’astratto trasgredisce per natura, deve farlo.

Nel fotogiornalismo invece, come pensa giustamente il pittore astratto di cui sopra, il giornalista fa le didascalie. Scrive in due righe qualcosa, che a volte può anche essere romanzata, sotto la foto pubblicata sul giornale. Perché il giornale è strumento di lettura; c’è un racconto, e come ho già avuto modo di dire qui*, è coordinato con le immagini.

Laddove magari bisognerebbe raccontare, le foto di Giancolombo sono già abbastanza ricche di dettagli. In questa immagine del 1953 il venditore ambulante di calze di Nylon spiega da sé le facce dei passanti negli Champs-Élysées di Parigi con un gesto  che racconta la novità senza bisogno di didascalie.

gbc_80008

Giancolombo quindi la pensava come il pittore, da cinquant’anni. Non era lui quello che doveva scrivere in due righe sotto la foto che cosa la foto rappresentasse. E soprattutto, vivaddio, non ce ne doveva essere bisogno.

gbc_163107_Liguria

“Uomo con pecora sulle alture di Riomaggiore”. Oppure: “Uomo con bicicletta a cui ha legato la sua pecora”. Troppo poco? “Uomo che è andato a riprendersi la sua pecora e per non perderla di nuovo l’ha legata alla bicicletta”. Ancora poco? “Uomo che non conosciamo che aveva prestato una pecora a un vicino, ma siccome costui senza un apparente motivo non gliela voleva più restituire…”.

Chi se ne importa del perché l’uomo ha legato la pecora alla bicicletta. L’immagine non è stata scattata per questo. E’ una fotografia che descrive un luogo, un’epoca, una cultura. Bisogna spiegare?

gbc_35834_madrid

E’ meglio: “Gruppo di persone arrivate in ritardo che rischiano di perdere il filobus” oppure è sufficiente “Barcellona, 1951”, con buona pace del perché la signora al finestrino è palesemente corrucciata?

Lasciamo all’autore il silenzio delle parole davanti al potere dell’immagine; e lasciamo a chi guarda il piacere di usare la fantasia e anche di cogliere ciò che meglio crede, senza suggerimenti.

Così Giancolombo e io quel giorno ci guardammo in faccia e sospirammo. Qualcuno ci aveva suggerito di prendere a esempio Henri Cartier-Bresson, che non metteva le didascalie alle foto, ma questo non ci aveva ispirato. Ci aveva solo fatto pensare che era una decisione che andava presa esulando dal paragone con altri fotografi.

Decidemmo. In silenzio.

gbc_68974b

Colonia, 1952

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s